SHALLOW.

standard 25 febbraio 2019 Leave a response

In superficie.

Sto in superficie, come spesso faccio, quando non riesco ad immergermi per vivere. Quando la quotidianità mi divora, quando mi sento troppo poco per essere me stessa. Quando la voce che ho  dentro non riesce più a venire fuori e mi limito al minimo indispensabile per andare avanti. Quando mi relaziono con gli altri e mi accorgo di essere tremendamente limitata, bloccata, disinteressata e poco coinvolgente.

Ma dove sono finita? Mi sono persa nel sonno e nelle lenzuola del mio letto, che frequento con scarsi risultati? Dov’è quella persona brillante e socievole che ero un tempo? Forse chiedo troppo a me stessa, ora non ne ho le energie, il tempo, lo spazio. Forse dovrei solo, davvero, limitarmi alla velocità di sopravvivenza. Fare il necessario, stare a galla quanto basta per respirare. Ma è una nuova sfida per me, una sfida che non conosco, un movimento confinato tra sbarre che non amo avere, soprattutto nella mia testa.

Cosa posso fare, dunque. Lista. Fare una lista di priorità. Cosa è urgente, cosa è importante, cosa lo è più di altro. Stabilire un ordine, come faccio materialmente (e non) ogni giorno della mia vita. Come faccio nel lavoro. Al primo posto ci sono IO. Se non trovo tempo per me, non può esistere nient’altro. E si sa che l’egoismo è uno dei pilastri della mia vita.

Quindi il mio manuale di sopravvivenza prevede che per me e i miei figli ci sia, da qualche parte, la serenità. Così come per le persone che amo, tutte. La serenità è un filo d’oro che percorre le nostre vite, che quando ci batte il sole si illumina e rischiara anche le giornate più difficili. Tipo quelle che ti svegli alle 4.40 e poi non riesci più a dormire. La serenità è la certezza che dentro di noi c’è la pace. Che ci sentiamo amati e ci amiamo. La serenità è l’armonia dei sensi. Della vista che sfiora le curve di un meraviglioso quadro in un museo, dell’olfatto che affonda in un prato di fiori selvatici, del tatto che manipola i gommini di un gatto, del gusto che si riempie la bocca con una fetta di cocomero, dell’udito che si perde tra gli accordi della canzone preferita.

Che oggi, per me, è questa.

Tell me somethin’, girl
Are you happy in this modern world?
Or do you need more?
Is there somethin’ else you’re searchin’ for?
I’m falling
In all the good times I find myself
Longin’ for change
And in the bad times I fear myself
Tell me something, boy
Aren’t you tired tryin’ to fill that void?
Or do you need more?
Ain’t it hard keeping it so hardcore?
I’m falling
In all the good times I find myself
Longing for change
And in the bad times I fear myself
I’m off the deep end, watch as I dive in
I’ll never meet the ground
Crash through the surface, where they can’t hurt us
We’re far from the shallow now
In the shallow, shallow
In the shallow, shallow
In the shallow, shallow
We’re far from the shallow now
Oh, oh, oh, oh
Whoah!
I’m off the deep end, watch as I dive in
I’ll never meet the ground
Crash through the surface, where they can’t hurt us
We’re far from the shallow now
In the shallow, shallow
In the shallow, shallow
In the shallow, shallow
We’re far from the shallow now

GIORNO NO.

standard 4 maggio 2018 3 responses

Oggi è uno di quei giorni che NO, non riesco a vedere il bicchiere mezzo pieno.
Oggi è uno di quei giorni che NO, non posso e non voglio guardare avanti e pensare positivo.
Oggi è un NO grande come un graffito nero su un treno che passa avanti e indietro sull’unico binario che ho di fronte.
Non ho voglia di esplorare le mie fortune, scrutare sorrisi e godere del bello.
Voglio crogiolarmi nella mia calda melma di sonno e sconfitta. Perché così mi sento. Sconfitta. Sconfitta dopo l’ennesima notte inquietante di “veglia”, in cui non basta la pazienza, la volontà, la calma, le carezze, le coccole. Non bastano le mie braccia, mai abbastanza forti e resistenti. Non bastano le decisioni prese, perché la disperazione data dalla mancanza di sonno ti fa rivalutare tutto, ritornare (dannosamente) sui tuoi passi, puri di riuscire a chiudere occhio un momento in più.

Oggi non mi chiedete come sto, perché non sto da nessuna parte. Non esisto e non ho voglia di essere vista.

Oggi non sono io, in pratica, ma volevo dirvelo.  E questo post fa schifo, lo so, ma chi mi legge mi vorrà bene comunque.

Pozzanghera – Escher

FORSE

standard 19 febbraio 2018 2 responses

Forse stanotte si dorme.
Forse ce la faccio ad arrivare in orario.
Forse l’autobus passa.
Forse non mi sentirò male.
Forse questa sensazione perenne di ansia e disagio passerà.
Forse tornerò ad essere creativa e attiva come un tempo.
Forse imparerò a truccarmi.
Forse riuscirò a cucinare qualcosa stasera.
Forse mi riprenderò ciò che ho guadagnato con impegno e intenzione.

Forse.

Forse non mi perderò tra questi forse che affollano la mia mente. Cercherò un punto di riferimento nuovo, dentro di me, qualcosa di più concreto, di forte e stabile, che non si lasci scoraggiare e portare via dal vento. Cercherò nuove ispirazioni, perché mi sento arida e incrostata come una vecchia macchina da cucire che non riesce nemmeno a fare un orlo. Una Singer arrugginita, dai meccanismi storpi e lenti, che fa troppo rumore e basta. Senza filo. Senza ago. Infatti. Infatti mi manca essere pungente, andare dritta al punto, trovare le soluzioni mentre cammino su una corda sospesa nel vuoto.

Ora sono sospesa, e basta.

Sospesa con tutti i miei forse, punti interrogativi come capelli in disordine, senza un criterio o una piega valida. In attesa alla fermata del bus, in costante rincorsa di qualcosa che pare sfuggirmi via, mai soddisfatta abbastanza di ciò che raggiungo. Anche quando provo a rilassarmi, sento una nube di nervi tesi che non mi da tregua. Respiro profondamente, lascio che questo febbraio antipatico scivoli via, giorno per giorno, verso la primavera. Lascio che l’aria fredda mi svegli, anche oggi, dopo l’ennesima notte difficile, ad aspettare il prossimo risveglio, ad aspettare di riaddormentarmi più velocemente possibile, per sentire meno la fatica.

Forse sarò meno superficiale, se mi concentro ci riesco a non relativizzare tutto. A non fare quella solita faccia che infastidisce chi mi parla, a non distrarmi, a rimanere sul pezzo. Ma sono troppe le cose che non catturano la mia attenzione in quello che dici tu, che sei davanti a me. Io ci provo, ma non riesco a fingere. Non mi interessi. Non mi interessa mai chi è tragico. Chi fa della propria realtà il mondo peggiore o quello migliore, come fosse l’unico mondo esistente.

Forse ci sarà un giorno in cui sarò capace di essere qualcosa in più di ciò che sono adesso, ma per il momento volo basso e mi accontento, che nel domani vedo sempre ottime prospettive.

(Forse).

INIZIO.

standard 11 settembre 2017 2 responses

Oggi inizia la scuola. La mia.

Oggi inizio, di nuovo, ad essere me stessa. Con una figlia nella fascia che finalmente dorme e un figlio che balla i Foo Fighters intorno al tavolo di cucina, mangiando i crackers.

Le “vacanze” sono durante fin troppo per questo blog, per le mie dita sulla tastiera, che piano piano ritrovano la loro condizione di forma, la naturalezza nello scorrere da una lettera all’altra, senza staccarsi mai dal computer. Ho avuto da fare, lo ammetto. A lavoro, a casa, a cercare nuovi spazi (che non ci sono, almeno quelli fisici) e nuove dimensioni. Ho avuto da fare a riconoscermi, a prendere nuovamente confidenza con piccole misure dimenticate velocemente, a chiudere gli occhi a comando e riaprirli un secondo dopo, senza aver riposato.

Da questo oggi voglio troppo, ma in questo silenzio ho capito molto, soprattutto delle mie possibilità, delle priorità, di ciò che posso fare, fino a dove posso spingere l’acceleratore. Vado piano, a vista, guardando gli ostacoli senza sfida ma con accoglienza. Ho rivisto come in un film ancora in montaggio tutti i miei errori, le mie presunzioni, le lacune e gli spazi sconosciuti del mio inconscio, ci lavoro, taglio e cucio dove posso e dove non posso cerco di farci la pace, di perdonarmi, di andare incontro ad una nuova possibilità, se c’è.

Allora progetto. Non mi rimane che quello nei giorni troppo pieni per “fare”. Progetto nella mia testa per un secondo, per un’ora, mentre leggo la Pimpa e invece vorrei scrivere, mentre cucino e invece vorrei uscire, mentre pulisco culetti dalla pupù “santa” e invece vorrei dormire a stella sul letto.

Oggi inizio. E’ una giornata grigia fuori, ma dentro sento il tumulto, quello che non sentivo da tanto, quello che mi mancava così tanto. Quello che mi fa rincorrere i tasti mentre scrivo per la paura di non farcela a scrivere tutto ciò che voglio.

I’m looking to the sky to save me
Looking for a sign of life
Looking for something to help me burn out bright
I’m looking for a complication
Looking cause I’m tired of lying
Make my way back home when I learn to fly

Foo Fighters – Learn to fly

Vicolo di Napoli, Agosto 2017

A VOLTE VA COSì.

standard 13 febbraio 2017 6 responses

Ora basta. Oggi scrivo.

Questo ho pensato stanotte (ma si parla ormai di due settimane fa…), nel buio della camera, mentre mi giravo e rigiravo cercando il sonno perso. Quello che poi arriva tutto insieme la mattina, quando suona la sveglia e non vuoi aprire gli occhi, per nessuna ragione al mondo. L’ho pensato stanotte senza alcuna ispirazione, sapendo che il tempo è sempre meno e tutto da rosicchiare in qua e là durante la giornata, conoscendo lo svolgimento ripetitivo e pieno zeppo delle mie ore quotidiane che si susseguono senza sosta. Come quelle di tutti, più o meno.

Oggi scrivo e non so nemmeno io cosa.

Potrei parlare del mio lungo silenzio, tempestato di vita, raffreddori, tossi, antibiotici, vacanze, abbracci, sorelle, nipoti, regali, viaggi. Oppure potrei lasciare la pagina vuota, bianca, senza scrivere niente. E non perché non abbia niente da dire, semplicemente che è un momento così. Confuso, direi.
Sono arrabbiata, invidiosa, stanca. Ma sono anche grata, soddisfatta, felice. Possono convivere delle sensazioni così diverse e contrastanti tra loro? Poco importa della risposta logica, in me convivono eccome.

Oggi scrivo e poi non lo faccio. Lascio che ai pochi momenti disponibili si sommino cose da fare rimandate, ma non lo scrivere. Me ne pento ma non lo faccio, qualcosa vorrà pur dire. Che non è il momento, che non sento più la voglia, che non sono più brava (sono mai stata B R A V A? Ma che vuol dire, poi, essere brava?), che non è la mia priorità? Non lo so, non lo voglio sapere, non è importante. No, non lo è. Scoprire le motivazioni delle cose che non vanno come vorremmo, dei percorsi strani che prendono le parole prima di uscire di nuovo dalla mia testa. Certo, un silenzio così lungo è strano, per me, che sono la campionessa della regolarità. Ma sono 7 anni che sono qui, che sono presente, che scrivo, mi sono presa una vacanza (da me stessa). Diciamocelo. I blog personali non sono mai stati così tanto interessanti, oltretutto senza argomenti, come è il mio.
Forse c’è stato un periodo in cui andavano di moda, in cui erano più gettonati, complice anche il mio maggiore tempo da dedicare agli “altri” del mondo blogger. Adesso leggiucchio ogni tanto, ciò che mi va, qui ci arriva pochissima gente. Ma va bene così…io scrivo comunque, come quando avevo 15 anni. Scrivevo su quintali di carta ma non avevo nessun pubblico, se non me stessa.

Quindi a volte va così. Ci sei ma è come se non ci fossi, scrivi ma è solo nei tuoi pensieri. In compenso VIVI, ma quello lo fai davvero.

…e voi, mi raccomando, sperate che sia femmina 🙂

…sono meglio di Beyoncè vero? 🙂

LA MIA RIVOLUZIONE. LENTA.

standard 25 novembre 2016 8 responses

“Il tempo mi ha cambiato un po’
Il tempo mi ha cambiato un po’
Una cosa sola non cambia mai…”

Trentaquattro anni. Un po’ meno me ne sento addosso, non perché mi sia mai mancata la vita da vivere, ma forse solo perché ne vorrei vivere ancora di più, ogni giorno.

Trentaquattro anni e un giorno, al quale si sommano i pensieri e le consapevolezze di un lungo e importante anno trascorso.

Mi faccio gli auguri, i complimenti, sono stata brava. Non sono tanto fan dell’autocompiacimento, anzi, sto sempre a cercare il mio difetto, il mio errore, il mio problema. Ma no, non è stato un anno semplice. Sono tornata a lavoro dopo i mesi di maternità, sono sopravvissuta a svariati virus dolcemente portati da mio figlio, sono stata drammaticamente assonnata e infelice, impaurita, scossa, in ansia. Ho conosciuto persone meravigliose, molto spesso anche inconsapevoli di esserlo, ho passato giorni felici e ricchi, sotto il sole, sotto la pioggia, sotto l’abbraccio confortante di un amore che non manca mai, quello del mio compagno di vita. Ho trascorso momenti di rabbia e di lotta, con me stessa e non solo, momenti in cui desideravo fuggire e cambiare tutto, stufa di alcune prepotenti banalità quotidiane. E’ stato un anno fatto di 365 giorni più uno. In cui ho imparato, di nuovo, l’amore. In cui ho rimodellato per la milionesima volta i miei approcci troppo aggressivi e insistenti (chissà che sia stata la volta buona), ho ripensato alle amicizie, quelle vere, che voglio trattenere, nonostante tutto. E a quelle che invece basta così.

Me la sono cavata. Essere madre, moglie, amica, collega, donna nel modo in cui io pretendo da me stessa di esserlo non è semplice. Ma è una scelta, tra le priorità più pungenti, quelle di cui hai più bisogno…scegli e te ne prendi cura. Ho scelto me stessa, sopra a tutti. Questo forse non mi è stato perdonato, ma non importa, le strade che si percorrono sono belle perché sono a senso unico, ma la vita lascia sempre spazio alle sorprese, alle ri-scoperte, agli abbracci vecchi ma nuovi. Ho scelto di essere madre, di AMARE profondamente questo ruolo, nonostante i sacrifici, i momenti NO grandi come una casa, la voglia di lamentarsi che ti aspetta sempre dietro l’angolo. Ho scelto l’amore, come sempre, al primo posto nella mia vita.

Ho scelto di cliccare “mi piace” a tutti i post di auguri su Facebook, leggendo ogni parola, soffermandomi su alcune frasi, dediche, passando veloce su altre.

Ho scelto di cambiare, cambiare di una rivoluzione lenta e costante. Basta con le paure, con la solitudine, con l’imposizione della cordialità se non ne ho voglia. Basta con la diplomazia. Con le guerre fredde inutili e senza sbocchi.

La mia rivoluzione. Lenta. Include tutto. Anche te.

“Non ci fossi stata tu
Io oggi come sarei
Non ci fossi stata tu

Oggi non so com’ero vent’anni fa
Oggi non lo so più”
1993 – Boosta

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La mia prima scelta

QUINDICI ANNI.

standard 23 settembre 2016 Leave a response

Basilica di San Lorenzo

15 anni. Sono 15 anni che godo di questo cielo, di questo orizzonte, che si sagoma di architetture vive, interessanti, potenti, a volte delicate e sconosciute.
15 anni che sei la mia città, Firenze. Quanto mi hai visto cambiare? Quanto mi hai accompagnato tra i miei vicoli della vita? Abbiamo scoperto insieme coraggio e paure, molte lacrime che ora mi fanno sorridere, molti sorrisi che ora chiamano malinconia.
Ero una bambina. Ora?

Ora cammino attenta e guardo avanti. Ora [dovrei dirlo] sono una donna. Quando sono arrivata qui dovevo compiere 19 anni, adesso manca poco a 34. E se gli ultimi 3 anni sono stati una rivoluzione, tutti quelli prima sono stati la base, per questa rivoluzione. Quelle lacrime, le cadute e le ricadute, gli infiniti errori, le serate, i  baci, i trascorsi felici, gli amici. Gli Amici. L’amore, gli esami, le chiacchiere all’università. Il peso delle cose, che varia, che muta, che cambia. Il peso delle parole, dei momenti. L’importanza di tutto, che poi diventa niente, che di nuovo si trasforma. L’università. Non ci capivo niente, all’inizio. Andavo a lezione, prendevo appunti, non sapevo studiare. Ero sprovveduta, spaesata, senza forma. Da un piccolo paese di 1000 abitanti, da una provincia di agricoltori e pianure infinite per me, Firenze, era pura magia. Mi confondeva, mi faceva sentire piccola ma importante, sopraffatta dall’energia che sprigionava. Con la sua arte ovunque, così dirompente, importante, i primi sei mesi volarono senza nemmeno farmi accorgere di ciò che stavo facendo. E non che dopo sia andata meglio, ho solo migliorato qualche dettaglio, piano piano.

Ora [non so se lo sono] sono una mamma. Una mamma che a volte non ce la fa, che corre, che lavora, che lava/non stira/cucina/si arrabbia. Una mamma ogni giorno nuova, che si innamora anche delle difficoltà, che dice GRAZIE, ogni giorno. Grazie per queste vite. Sono una mamma moderna ma non troppo, attaccata alle convenzioni ma non troppo, sola ma non troppo, che ama e non è mai troppo. Una mamma incasinata, che vorrebbe più tempo per ogni giornata, per vedere EliaMirtillo crescere, in tutte le sue direzioni possibili. Una mamma che ha imparato la pazienza, suo malgrado e con tanto sacrificio.

Ora sono [ancora] quella bambina. Che non sa come ha fatto ad arrivare fino a qui. Che se ci penso adesso mi tremano le ginocchia. Perché la forza di quella bambina mi ha fatto fare tante cose. Andare avanti, lavorare sempre, nonostante le difficoltà economiche, studiare, studiare tanto, accettare me stessa, combattere, vincere o perdere non importa, comunque combattere. L’ingenuità, questa cara amica fedele che sempre mi accompagna, che mi aiuta a prendere un sacco di fregature ma, nonostante tutto, sapere che esisto. Che posso guardare la vita e sentirmi pulita.

Ora sono Berenice. Provo a vestire bene questo nome così importante, per me che sono così piccola. Firenze, ad esempio, mi calza a pennello; è una città incasinata, piccola e piena, controversa e talvolta antipatica. Vivere qui è abbastanza complicato ma lo considero un privilegio. Soprattutto quando, ogni mattina, nonostante la fretta, il sacrificio costante, i pensieri che sbattono uno contro l’altro, il sonno e la voglia di essere altrove…lei ti sorprende. Per Firenze 15 anni non sono niente, splende da secoli, ma per me sono stati una fetta di vita meravigliosa e, per la sua presenza costante, la ringrazio. Qui mi sento a casa.

SI. SI PUO’. #Marta4Kids

standard 13 giugno 2016 6 responses

Tutto perde senso.

Tutto è relativo.
Tutto è relativo, se succede agli altri, e non a te.
Tutto è costantemente in circolo, senza pietà o distinzioni.

ForteBelvedere_Marta4Kids

Un direttore d’orchestra ingiusto e poco compassionevole tiene le fila delle nostre vite, facciamo in modo che ogni giorno sia il meglio di quello che possiamo fare.

Avere equilibrio è una delle cose più difficili, per me. Equilibrio tra le cose veramente importanti e quelle quotidiane, che diventano necessarie anche se, in realtà, sono sono realmente essenziali. Ma tutto ha il suo posto, nelle nostre vite. Sta a noi trovare le priorità, dare la voce, regolare il suo volume. Se fossimo tutti uguali, non esisterebbero i colori che fanno bello il mondo.
Ecco, comunque, ora equilibrio non ne ho. Sono su un’altalena, dondolante tra il vuoto e il pieno, quelli dell’anima. Sono in tumulto, come le nuvole in questi giorni, cambiano colore da un grigio scuro intenso ad un bianco candido innocuo. Ho bisogno di respirare profondamente, di alzare il volume a quelle voci che parlano in fondo al mio cuore, lasciandole libere di darmi fastidio, di agitare le mie acque calme, quelle del conosciuto. Ho voglia di scuotermi, di risvegliarmi da questo torpore dato dalla routine, ho voglia di affaticarmi fino a dormire senza sogni, ho voglia di mettere e togliere pesi, dando nuovi spazi e nuovo respiro a qualcosa di più viscerale. Scopro carte di una me stessa ancora nuova, e mi piace. Qualcosa che mi mette alla prova, finalmente, di nuovo, con me stessa. E non solo come mamma. Ma come persona.
Perché ogni giorno voglio sperare di aver dato il massimo. Di aver sorriso, di aver fatto ciò che amo, con chi amo. Di non aver lasciato niente al caso, oppure tutto.
Perché la mia vita è un dono. Così come lo sono tutti i passi che incontri sul suo sentiero, come fossero frammenti di magia. E questo sentiero mi ha portato a scoprire così tanto che è difficile, anche per una come me, trovare le parole per scriverlo.

Tutto questo per dire che ti ho conosciuto, Chris.

Ho conosciuto una persona normale, un uomo normale, un viaggiatore, un camminatore, un bellissimo ragazzo che porta sulle sue spalle un dolore soffocante. Quelli che non lasciano scampo e ti strappano dal quotidiano, dal conosciuto, dall’essenziale di cui parlavo poco fa. Ti strappano dall’equilibrio e da “normale” ti tramutano in “speciale”. E non ne puoi fare a meno, è un investimento dal quale non ti sei potuto sottrarre, tuo malgrado. Non è una scelta, è una conseguenza indesiderata. Tu l’hai trasformata in opportunità. L’opportunità di fare qualcosa che sollevi il peso della tua sofferenza, aiutando gli altri. Ecco, io di fronte a tutto questo, perdo le parole. Perché siamo così piccoli, ci crediamo impotenti, ci limitiamo al nulla. E così non va, perlomeno per me, non va più.

Grazie Chris. Perché il tuo bagaglio si è fatto anche un po’ mio, nostro. Perché la tua umiltà, il tuo sorriso, i tuoi sentieri inesplorati, sono adesso anche i nostri. Grazie perché hai trasformato la vita non solo a te stesso ma a molte persone che hai incontrato e incontrerai, aprendo nuovi orizzonti non solo per te ma anche per chi ha avuto modo di guardarsi dentro con i tuoi occhi. Troppo spesso ci dimentichiamo di fermarci. Di trovare nuovamente il nostro equilibrio, di ascoltarci. Conoscerti, ascoltare le tue parole, la tua storia, mi ha illuminato un nuovo tratto di vita che spero di essere in grado di percorrere.

Tu sei una persona normale, Chris. Normalmente speciale. Grazie per essere passato di qui. Per esserti dato questa opportunità, perché lo hai fatto anche per tutti noi.

Per chi ancora non lo conoscesse… qui una pagina del suo Blog di Viaggi, questa la pagina Facebook della Onlus e qui sotto le coordinate se vorrete donare qualcosa alla ricerca per la fibrosi cistica

Intestatario : MARTA4KIDS ONLUS

iban: IT48X0200860260000104117188

Chris_fluffosa

Chris, Dino, Elisabetta, Berry…e la Fluffosa <3

LA MIA VERITA’.

standard 22 marzo 2016 8 responses
Guernica-Picasso

Pablo Picasso – Guernica

La verità? La verità non è mai assoluta. E’ sempre e solo secondo noi.
Quella secondo me è qui. Tra le righe di questo blog, a sporcare le pagine di questo diario virtuale disarmato e povero di parole. Spesso anche povero di compassione.
La mia verità è che siamo indegni abitanti di un mondo bellissimo.
Lo imbrattiamo con la nostra presenza, come vampiri assetati del sangue del nostro vicino. Un vicino più povero, più ricco, più maleducato, più indegno di noi. Lo decidiamo come giudici soli, davanti allo specchio del nostro bagno, delle nostre case, al sicuro. Una privata giustizia fatta di avidità e odio.

La mia verità si chiama ignoranza. Ignoro volontariamente tante cose, così come ne vorrei conoscere molte. Ma informarsi è difficile, costa tempo, costa attenzione e memoria. Informarsi è lottare, aprire mente, occhi, cuore. E, diciamolo, il tempo è sempre troppo poco.

E se il tempo è troppo poco, usiamolo per stare bene. Non lo usiamo per indicare il peccatore. Non ci affanniamo sui social a spargere altra violenza verbale, fermiamoci a riflettere. A guardare le nostre vite che si intrecciano con le vite degli altri, a pensare quanto sono piccole e insignificanti. Ma per noi sono tutto. La vita che ci scorre dentro, quella delle persone che amiamo, quella che incroci al rosso di un semaforo. Le nostre preghiere, quelle senza religione, che siano di pace, ogni giorno.

Ogni giorno che affondano barche, che famiglie si spezzano sui nostri mari, che bombe incessanti scoppiano in Siria, a Bruxelles, a Parigi, o lontano. Dove non abbiamo tempo di arrivare a compatire, dove non conosciamo, dove non arriva il nostro sguardo, dove nessuno può sapere. Che siano di pace le nostre giornate, invece che di rabbia. Siamo nati dalla parte giusta del mondo, quella sicura, quella dove si può viaggiare, sognare, lavorare, mettere al mondo figli, quella dove si può vivere. Ci sentiamo invincibili. E allora tutta questa fortuna sfruttiamola.

Viviamo al meglio, al massimo delle nostre possibilità, che oggi è una bellissima giornata di sole, la stanza profuma di primavera, il cuore è pesante, come ogni giorno, ma non ci fermiamo al primo sguardo sulle cose. Vicine o lontane che siano la bellezza la decidono i nostri occhi, quelli dei nostri figli. Impariamo da loro, per una volta, qualcosa. L’innocenza. L’avvicinarsi allo sconosciuto titubanti ma interessati. Impariamo a stare alla larga dalle vendette, violenza chiama violenza. E la paura si, c’è, convive con noi, facciamocela amica. Non facciamoci soffocare dal buio.

La mia verità? E’ che la parte giusta del mondo è quella dove c’è amore.

Mentre scrivo queste righe, banali, mi ripeto dentro tante cose. E cerco di convincermi che la paura sia mia amica, anche se ha un brutto aspetto, intenso e terribile. Da quando sono mamma mi sono arresa a tante cose, ho fatto una marea di errori e tanti ancora mi aspettano sulla strada…ma non devo lasciare che la paura si impadronisca delle mie azioni. Abbiamo tanti burattinai che provano a manovrare le nostre vite, liberiamoci dai fili che vediamo sopra la nostra testa, il cielo sarà senza dubbio più azzurro.

NOVE. NOVE.

standard 28 gennaio 2016 18 responses

Ho preso in mano la tazza, ancora bollente, il filo della tisana pendeva fuori, facendo il solletico alle mie mani. Il fumo disegna delle strane virgole nell’aria, la profuma di agrumi, di giardini segreti, di rosa canina, di piccoli petali essiccati al sole. Nonostante il freddo, mi fa pensare all’estate.
Cerco di non fare rumore, mentre cammino verso la finestra. Vorrei guardare fuori, osservare in silenzio il tempo che scorre attraverso i passi svelti degli sconosciuti. Arrivo alla finestra, il vetro si appanna con il calore della tisana, che non accenna a diminuire. Mi tiene sveglia, attenta, vigile. Mi ricarica. Mi libera la mente dall’affollamento che sento, in queste giornate grigie ma piene di colori, suoni, faccende.
Disegno un 9, sul vetro appannato. Un numero tondo, sembra un pesciolino. Un simbolo al quale affido i miei pensieri di oggi. Un numero che riempio di ricordi, di passi importanti, di quello che ero e ciò che sono diventata.

Nove, come i mesi che hai passato dentro di me, Elia Mirtillo, mio piccolo cavaliere con pochi capelli e molti sorrisi. Nove, come i mesi che hai vissuto fuori da me, un nuovo compleanno, un nuovo inizio. L’inizio della tua vita da grande. Nove contro nove. Una simbiosi continua, profonda, stabile, che ha messo le sue radici legandoci eternamente.

9 mesi

9 + 9 fa 18 mesi di noi tre

Per festeggiare i nostri nove mesi ho rimesso i panni da corsa, ho deciso che era arrivato il momento. Erano (più di 9) mesi che lo aspettavo, questo momento. Qualcosa tutto per me, un paio d’ore in cui non pensare a niente (o a tutto?), in cui guardarmi intorno senza preoccuparmi di qualcosa di specifico se non di mettere i piedi bene a terra, muoverli facendo appoggiare tutta la pianta, sentire scorrere metri e chilometri come piace a me. E’ stato bello, bellissimo. E’ stato come festeggiare un compleanno con la torta preferita, piena di cioccolato e frutta fresca, crema al cocco e mascarpone, una torta della quale puoi mangiare tutte le fette che vuoi senza sentirti in colpa. Ho ascoltato la città, tutti i rumori sommessi dei passi degli altri, le voci dei pacemaker, gli abbracci degli amici che non vedevo da tempo, anche se ancora non posso correre con loro. Ho ripreso in mano le fila di qualcosa che stava andando perso, che sapevo di amare ma non così tanto. Perché ho sempre abbandonato tutto, via via, un po’ come accade nelle nostre vite frenetiche. Scegli una passione, oppure lei sceglie te, ed essendo passione brucia, finisce, scompare. Alcune invece sono sempre lì, sopite, vivono con te, aspettano se c’è da aspettare, con pazienza, che torni il loro momento.
Ciò che amo, dunque, rimane lì. Magari non progredisce ma rimane, si riempie di polvere ma rimane. Si arrugginisce, come arrugginite erano le giunture delle mie ginocchia, ma comunque rimane. E la magia che si compie quando ritrovi sotto il sottile velo dei ricordi queste passioni è qualcosa di inspiegabile, per chi vive la vita come me, come se tutto fosse un dono, niente di scontato, niente di ovvio.

E quindi per me questi secondi nove mesi sono stati magici. In qualche modo lo sono tutte le 24 ore che vivo (perché ahimè vi assicuro che anche le mie notti sono molto vissute…), cercando di destreggiarmi tra impegni utili e disutili, senza perdere un attimo a piangermi addosso, anche se talvolta la tentazione è forte (qualche minuto, ammetto, me lo concedo…). E quando ci chiediamo come si fa ad essere tante cose insieme, scordandoci una linearità, una logica, una pulizia di idee, forse l’unica cosa che dovremmo fare è quella di vedere realmente ciò che abbiamo.
E’ un esercizio utile all’amor proprio perché tutti abbiamo qualcosa di cui andare fieri e per cui gioire. Un muffin che ci riesce particolarmente bene, il cane che ci ama incondizionatamente, gli occhi grati del marito che voleva le lasagne proprio in quel modo, le nostre scarpe da corsa da cambiare ma che ci seguono fedeli ad ogni passo, il tramonto che vedi ogni sera dalla finestra del bagno, il sorriso sdentato del bambino più bello del mondo, il tuo.
Insomma, la perfezione non esiste. Non saremo mai mamme, compagne, mogli, colleghe, amiche, sorelle perfette. Quello che dobbiamo sempre rispondere, quando ce lo chiediamo, quando la voce nella nostra testa non fa silenzio e ci tormenta di domande, di perché, di questioni vitali ed inutili, è che abbiamo fatto del nostro meglio. Per noi stesse, ovvio. Perché se cerchiamo il meglio per noi, e siamo felici, ciò che ci gira intorno sarà felice. Mariti, figli, amici, saranno felici, se ci amano. Forse amare è proprio la forma di egoismo più pura e semplice, ma essenziale al nostro fiato per permetterci, appunto, di fare IL NOSTRO MEGLIO.

Ecco, in questi importanti 9 mesi di domande, paure, pianti e crisi, ci ho provato, con tutta me stessa.