UN LAGO DI GHIACCIO [qualcosa che affiora]

standard 23 ottobre 2019 Leave a response

Scrivere è sempre più difficile.
Scrivere senza cancellare, scrivere senza sbagliare, scrivere ed essere originale.

Ebbene, non sono niente di tutto questo. Sono un errore costante, una valanga di banalità condite di frasi ad effetto e superficialità.
Sono quella che non si ferma mai, che resiste, persiste, anche a costo di rimetterci ogni singola energia.
Sono quella che non ha più parole per parlare di se, di ciò che succede dentro , delle rivoluzioni quotidiane, sopite sotto lo strato della fretta e delle priorità.
Gioco a nascondino per non farmi trovare, per non soffrire, per non vedere quello che mi perdo.
Lo faccio anche quando ho tempo [cioè, quando?]. Mi nascondo per non schiacciarmi di impegni.

Apro e chiudo questa pagina da giorni, sperando che le idee migliorino, l’ispirazione salga, l’impeto non si mangi le parole che mi sento traboccare dalle mani. Invece tutto rimane immobile. Intatto, come la lastra di ghiaccio sopra un lago, d’inverno. Nascosto tra la nebbia, le foglie cadute, con uno strato alto di brina e di freddo. Non creo, non ho quel lampo che spacca il ghiaccio e lo fa crepitare, lo scalda, lo scioglie, lo rende vulnerabile.

Mi coccolo, in questo ghiaccio privo di sentimenti. Mi sento inattaccabile. Proseguo, perché non ho alternative.

[foto presa QUI]

[sento affiorare qualcosa, sotto al ghiaccio. Se non sono lampi da sopra, sono tumulti sotterranei, voglie che attendono da tempo, nuclei che ribollono di sensazioni che lascio sopite ogni giorno. Sento che sale, che bussa da sotto, rumori, parole, ticchettare del tempo. Mi lascio cullare anche da questo e, per una volta, aspetto.]

(ri)fiorire.

standard 13 giugno 2019 2 responses

La primavera che non esiste. Un alito di vento troppo freddo, un soffio di caldo troppo intenso.

Proprio ieri mattina cercavo tra le mie foto qualcosa che interpretasse questo mio momento, in cui sento la forza di nuovo scorrermi nelle vene, in cui sento la vecchia e desiderata energia che mi investe, in cui voglio coinvolgere chi amo. La mia innata voglia di amore, di pensiero positivo, di sorrisi e armonia. Ho trovato questa foto, di qualche tempo fa, di un bellissimo papavero appassito ma resistente, cosa insolita per questi fiori così labili.

A volte (erroneamente?) ci sentiamo invincibili, inarrestabili. Ci sentiamo sorretti dalla forza di qualcosa di superiore, di potente. Ci sembra di esistere non solo per la nostra presenza reale, ma perché questa presenza è riconosciuta da altre virtuali, ma più che mai tangibili. In questi anni ho avuto la fortuna di constatare sulla mia pelle quanto forte sia questa virtualità. Quanto forti siano i legami, le esperienze, le emozioni vissute. Ci ho buttato dentro i miei figli, mio marito, la mia famiglia. I rapporti, le strade, le storie si sono intrecciate, formando delle lunghissime catene di sentimenti credibili e manipolabili. Ci ho creduto quando nessuno ci credeva, ci ho sperato quando tutti remavano contro. Ho anche combattuto per battaglie perse, mi sono sentita offesa e vilipesa senza alcun motivo, mi è stata sbattuta la porta in faccia. Insomma, virtuale è solo un aggettivo poco attendibile, perché tutto si può dire tranne che sia così.

In questo papavero così stanco voglio riporre la mia fiducia. La speranza di oggi. Il bisogno di ritrovare qualcosa che si è perso, che mi faceva sentire potente. Mi faceva sentire riconosciuta. Libera. Noi esseri umani siamo talvolta perversi, molto egoisti, sfacciatamente deboli. Pieni di limiti e parole, quando servirebbe un momento di silenzio e riflessione.

Oggi mi sento come se mi avessero strappato via qualcosa di importante, ingombrante, ma in modo giusto. E libera, no, non mi sento affatto.

(Passerà, si, passerà sicuramente. Lasciando lo strascico come tutte le cose che si amano senza remore, aprendo cuore, anima e braccia).

A volte rifiorire è una scelta saggia. Basta saper aspettare la giusta primavera.

SEI MINUTI.

standard 16 gennaio 2019 Leave a response

C’è sempre un count down che regola le nostre giornate. Dall’inizio alla fine. Dal primo suono della sveglia fino ai rintocchi delle palpebre che si chiudono.

C’è qualcosa in questi momenti che mi regala l’adrenalina dell’impossibile. Del “ce la faccio anche se non ho tempo”. Sei minuti, il tempo che mi separa dalle 9.00, il momento in cui devo entrare ufficialmente a lavorare, anche se sono già in ufficio da qualche decina di minuti.

Sei minuti, il tempo che ho per me.

Sei minuti in cui vorrei dire che sono carica di parole, ma non abbastanza per scrivere, per riportare qui quello che sono le mie giornate, i veli che nascondono i miei sorrisi e le mie paure. Non abbastanza per lasciarmi andare, per sotterrare quel controllo che mi serve per tenere tutto a bada, quelle redini per domare le mie rivoluzioni.

Sei minuti in cui mi sparo musica nelle orecchie per resistere alla tentazione di chiacchierare, per focalizzarmi, almeno una volta, su di me. E basta. Ma è così difficile.

Sono cambiata, non ho più i riferimenti giusti, gli spunti, i ritmi.

Ma forse va bene così, se non per me, per i miei figli. Ci sono delle cose che sono necessarie. E, si sa, non mi tiro mai indietro.

– foto di Berenice Abbott –

FORSE

standard 19 febbraio 2018 2 responses

Forse stanotte si dorme.
Forse ce la faccio ad arrivare in orario.
Forse l’autobus passa.
Forse non mi sentirò male.
Forse questa sensazione perenne di ansia e disagio passerà.
Forse tornerò ad essere creativa e attiva come un tempo.
Forse imparerò a truccarmi.
Forse riuscirò a cucinare qualcosa stasera.
Forse mi riprenderò ciò che ho guadagnato con impegno e intenzione.

Forse.

Forse non mi perderò tra questi forse che affollano la mia mente. Cercherò un punto di riferimento nuovo, dentro di me, qualcosa di più concreto, di forte e stabile, che non si lasci scoraggiare e portare via dal vento. Cercherò nuove ispirazioni, perché mi sento arida e incrostata come una vecchia macchina da cucire che non riesce nemmeno a fare un orlo. Una Singer arrugginita, dai meccanismi storpi e lenti, che fa troppo rumore e basta. Senza filo. Senza ago. Infatti. Infatti mi manca essere pungente, andare dritta al punto, trovare le soluzioni mentre cammino su una corda sospesa nel vuoto.

Ora sono sospesa, e basta.

Sospesa con tutti i miei forse, punti interrogativi come capelli in disordine, senza un criterio o una piega valida. In attesa alla fermata del bus, in costante rincorsa di qualcosa che pare sfuggirmi via, mai soddisfatta abbastanza di ciò che raggiungo. Anche quando provo a rilassarmi, sento una nube di nervi tesi che non mi da tregua. Respiro profondamente, lascio che questo febbraio antipatico scivoli via, giorno per giorno, verso la primavera. Lascio che l’aria fredda mi svegli, anche oggi, dopo l’ennesima notte difficile, ad aspettare il prossimo risveglio, ad aspettare di riaddormentarmi più velocemente possibile, per sentire meno la fatica.

Forse sarò meno superficiale, se mi concentro ci riesco a non relativizzare tutto. A non fare quella solita faccia che infastidisce chi mi parla, a non distrarmi, a rimanere sul pezzo. Ma sono troppe le cose che non catturano la mia attenzione in quello che dici tu, che sei davanti a me. Io ci provo, ma non riesco a fingere. Non mi interessi. Non mi interessa mai chi è tragico. Chi fa della propria realtà il mondo peggiore o quello migliore, come fosse l’unico mondo esistente.

Forse ci sarà un giorno in cui sarò capace di essere qualcosa in più di ciò che sono adesso, ma per il momento volo basso e mi accontento, che nel domani vedo sempre ottime prospettive.

(Forse).

INIZIO.

standard 11 settembre 2017 2 responses

Oggi inizia la scuola. La mia.

Oggi inizio, di nuovo, ad essere me stessa. Con una figlia nella fascia che finalmente dorme e un figlio che balla i Foo Fighters intorno al tavolo di cucina, mangiando i crackers.

Le “vacanze” sono durante fin troppo per questo blog, per le mie dita sulla tastiera, che piano piano ritrovano la loro condizione di forma, la naturalezza nello scorrere da una lettera all’altra, senza staccarsi mai dal computer. Ho avuto da fare, lo ammetto. A lavoro, a casa, a cercare nuovi spazi (che non ci sono, almeno quelli fisici) e nuove dimensioni. Ho avuto da fare a riconoscermi, a prendere nuovamente confidenza con piccole misure dimenticate velocemente, a chiudere gli occhi a comando e riaprirli un secondo dopo, senza aver riposato.

Da questo oggi voglio troppo, ma in questo silenzio ho capito molto, soprattutto delle mie possibilità, delle priorità, di ciò che posso fare, fino a dove posso spingere l’acceleratore. Vado piano, a vista, guardando gli ostacoli senza sfida ma con accoglienza. Ho rivisto come in un film ancora in montaggio tutti i miei errori, le mie presunzioni, le lacune e gli spazi sconosciuti del mio inconscio, ci lavoro, taglio e cucio dove posso e dove non posso cerco di farci la pace, di perdonarmi, di andare incontro ad una nuova possibilità, se c’è.

Allora progetto. Non mi rimane che quello nei giorni troppo pieni per “fare”. Progetto nella mia testa per un secondo, per un’ora, mentre leggo la Pimpa e invece vorrei scrivere, mentre cucino e invece vorrei uscire, mentre pulisco culetti dalla pupù “santa” e invece vorrei dormire a stella sul letto.

Oggi inizio. E’ una giornata grigia fuori, ma dentro sento il tumulto, quello che non sentivo da tanto, quello che mi mancava così tanto. Quello che mi fa rincorrere i tasti mentre scrivo per la paura di non farcela a scrivere tutto ciò che voglio.

I’m looking to the sky to save me
Looking for a sign of life
Looking for something to help me burn out bright
I’m looking for a complication
Looking cause I’m tired of lying
Make my way back home when I learn to fly

Foo Fighters – Learn to fly

Vicolo di Napoli, Agosto 2017

LASCIARSI ANDARE.

standard 1 marzo 2017 12 responses

Lasciar andare. Ma perché è così difficile?
Fare in modo che qualcosa fugga via, come l’onda che tocca la spiaggia e si ritira. Fugga via senza lasciare traccia permanente, qualcosa che il secondo dopo venga scordato.
Il nostro cervello immagazzina elementi, ricordi, sensazioni, amori, affetti. Non siamo fatti per lasciar andare. Siamo esseri fallibili e (dis)umani, pronti alla polemica, accesi e scoppiettanti ma mai liberi veramente.

Schiavi.
A volte sono prigioni dorate, volute, desiderate, altre volte dipingiamo noi stessi le sbarre, attendendo che qualcuno ci faccia evadere. Spesso non conosciamo i nostri limiti veri, ci mettiamo alla prova (nella più coraggiosa delle occasioni), ma non vogliamo rischiare. Difficile rischiare, costoso, anche per l’orgoglio.

Lasciar andare un pensiero, una persona, un momento. Rimanere sospesi per quell’attimo necessario ad accogliere il vuoto. Lo sconosciuto.
Lasciarsi andare. Liberare pensieri, capelli, difetti e volontà, dipingersi in un mare di colori, non rispondere più alle aspettative, essere, esistere, vivere.
A cosa si riduce quello per cui esistiamo ogni giorno? Quello per cui combattiamo, ci arrabbiamo, ci arrovelliamo? Lasciarsi andare. Lasciar andare. Trovo siano due situazioni di consapevolezza, da affrontare senza superficialità, ma consapevolezza.
Nonostante la conoscenza di se stessi, non si può decidere degli (e per gli) altri, per quanto si amino. Non rimane che lasciar andare. A volte senza cercare di capire. Lasciar andare.
E, ovviamente, continuare ad amare. Anche quello, spesso, senza capire perché.

Ps: è femmina 🙂

Fermo immagine del cortometraggio disegnato da Salvador Dalì per la Disney, Destino.

LA MIA RIVOLUZIONE. LENTA.

standard 25 novembre 2016 8 responses

“Il tempo mi ha cambiato un po’
Il tempo mi ha cambiato un po’
Una cosa sola non cambia mai…”

Trentaquattro anni. Un po’ meno me ne sento addosso, non perché mi sia mai mancata la vita da vivere, ma forse solo perché ne vorrei vivere ancora di più, ogni giorno.

Trentaquattro anni e un giorno, al quale si sommano i pensieri e le consapevolezze di un lungo e importante anno trascorso.

Mi faccio gli auguri, i complimenti, sono stata brava. Non sono tanto fan dell’autocompiacimento, anzi, sto sempre a cercare il mio difetto, il mio errore, il mio problema. Ma no, non è stato un anno semplice. Sono tornata a lavoro dopo i mesi di maternità, sono sopravvissuta a svariati virus dolcemente portati da mio figlio, sono stata drammaticamente assonnata e infelice, impaurita, scossa, in ansia. Ho conosciuto persone meravigliose, molto spesso anche inconsapevoli di esserlo, ho passato giorni felici e ricchi, sotto il sole, sotto la pioggia, sotto l’abbraccio confortante di un amore che non manca mai, quello del mio compagno di vita. Ho trascorso momenti di rabbia e di lotta, con me stessa e non solo, momenti in cui desideravo fuggire e cambiare tutto, stufa di alcune prepotenti banalità quotidiane. E’ stato un anno fatto di 365 giorni più uno. In cui ho imparato, di nuovo, l’amore. In cui ho rimodellato per la milionesima volta i miei approcci troppo aggressivi e insistenti (chissà che sia stata la volta buona), ho ripensato alle amicizie, quelle vere, che voglio trattenere, nonostante tutto. E a quelle che invece basta così.

Me la sono cavata. Essere madre, moglie, amica, collega, donna nel modo in cui io pretendo da me stessa di esserlo non è semplice. Ma è una scelta, tra le priorità più pungenti, quelle di cui hai più bisogno…scegli e te ne prendi cura. Ho scelto me stessa, sopra a tutti. Questo forse non mi è stato perdonato, ma non importa, le strade che si percorrono sono belle perché sono a senso unico, ma la vita lascia sempre spazio alle sorprese, alle ri-scoperte, agli abbracci vecchi ma nuovi. Ho scelto di essere madre, di AMARE profondamente questo ruolo, nonostante i sacrifici, i momenti NO grandi come una casa, la voglia di lamentarsi che ti aspetta sempre dietro l’angolo. Ho scelto l’amore, come sempre, al primo posto nella mia vita.

Ho scelto di cliccare “mi piace” a tutti i post di auguri su Facebook, leggendo ogni parola, soffermandomi su alcune frasi, dediche, passando veloce su altre.

Ho scelto di cambiare, cambiare di una rivoluzione lenta e costante. Basta con le paure, con la solitudine, con l’imposizione della cordialità se non ne ho voglia. Basta con la diplomazia. Con le guerre fredde inutili e senza sbocchi.

La mia rivoluzione. Lenta. Include tutto. Anche te.

“Non ci fossi stata tu
Io oggi come sarei
Non ci fossi stata tu

Oggi non so com’ero vent’anni fa
Oggi non lo so più”
1993 – Boosta

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La mia prima scelta

ELASTICI

standard 27 ottobre 2016 3 responses

A volte si custodiscono delle cose che non si conoscono.

Sono sconosciute le forme, il contenuto, le intenzioni. Si custodiscono perché siamo persone protettive, per istinto materno o per casualità, per attenzione o egoismo, per paura, ansia o anche solo per distrarsi un po’.
Ieri ho raccolto una piccola foglia, dai confini frastagliati, l’ho poggiata lontano dalle mani distruttrici della piccola creatura che mi illudo di educare. L’ho protetta, senza conoscerla. Poi l’ho persa, ovviamente, come spesso mi succede nella baraonda delle giornate senza ne’ capo ne’ coda in cui mi tuffo, ma non per questo l’ho dimenticata. Questo faccio nelle mie giornate. Cerco.
Di non dimenticare, di non correre troppo o troppo poco, di esserci, presente, vera, reale, non quella specie di proiezione di me che non riconosco.

A volte custodisco me stessa, in una bolla fragile ma, a suo modo, resistente e stabile. Mi proteggo, ho bisogno di confini tangibili, di mani da trattenere e di occhi che supplichino attenzione. Mi proteggo da facili ostacoli, preferisco quelli più complicati. Me li lascio la notte, da sgranocchiare, perché passano meglio le mezzore di veglia accanto ad un figlio che non si arrende al sonno (quasi) mai.

Insomma, pare tutto un gioco di elastici. Elastici i sentimenti, elastico il tempo, elastiche le sensazioni vitali che mi trattengono dall’esagerare. E allora mi alleno ad essere elastica, a capire il significato dei cambiamenti continui, dell’imprevedibile consistenza delle giornate. A capire cosa è il movimento di fondo che ci rende così flessibili, ma non meno intensi, di un piccolo arco di bamboo.

Siamo elastici. Al mondo per modificarci e imparare.

Imparare ad essere genitori elastici, qualche esempio? Ok. Ad esempio: prima piangi perché lui piange, quando lo porti al nido. Poi piangi perché vorresti restare con lui, al nido. Ti piace vederlo crescere, interagire. Prendere i morsi dagli altri bambini, perché no, sapersela cavare.
Prima ti abitui a non dormire. Poi qualche ora. Poi tutta la notte. E poi si ricomincia da capo.
Prima ti abitui ai nuovi orari. Macchina. Asilo. Macchina. Lavoro.
Poi altri ancora. Macchina, asilo, autobus, lavoro. Corsa affannosa.
Poi è estate, bye bye Asilo.
Poi la baby Sitter.
Gli amici. I cazzo di virus. I dentini. I vaccini. La febbre.
Ovunque hai deciso potesse collocarsi il tuo piccolo, inutile, insignificante spazio…già non esiste più. Azzerato. Cancellato.

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Non è sufficiente? Lo so. Non credo lo sarà mai, perlomeno non sarà così per tutti. Ci sarà chi non vorrà o non potrà mettersi alla prova, come genitore elastico. Ci sarà chi si sentirà arrivato o chi non capirà mai le proprie potenzialità. Tra un affanno e l’altro, componendo il puzzle di ogni giorno, mi sento a volte spezzata a volte fortissima. Non esiste un elastico solo, nella mia scatola. Ogni giorno ne indosso uno diverso, per mantenere tutto in forma adeguatamente e il risultato è che, ovviamente, di adeguato non c’è mai niente.

Ma oggi è così che va, oggi mi sento adeguatamente me. Protetta al punto giusto. Mamma elastica e stravolta come piace a me.

Ps: non credo che la questione riguardi nessuno di voi lettori (se ancora ci siete). Però sappiate che non mi piace come chiudo i post. Inizio con un tenore e termino in discesa libera, senza criterio o legami, senza alcun senso a volte. Ma…va così. E’ il mio posto questo. Voletemi bene comunque.

QUINDICI ANNI.

standard 23 settembre 2016 Leave a response

Basilica di San Lorenzo

15 anni. Sono 15 anni che godo di questo cielo, di questo orizzonte, che si sagoma di architetture vive, interessanti, potenti, a volte delicate e sconosciute.
15 anni che sei la mia città, Firenze. Quanto mi hai visto cambiare? Quanto mi hai accompagnato tra i miei vicoli della vita? Abbiamo scoperto insieme coraggio e paure, molte lacrime che ora mi fanno sorridere, molti sorrisi che ora chiamano malinconia.
Ero una bambina. Ora?

Ora cammino attenta e guardo avanti. Ora [dovrei dirlo] sono una donna. Quando sono arrivata qui dovevo compiere 19 anni, adesso manca poco a 34. E se gli ultimi 3 anni sono stati una rivoluzione, tutti quelli prima sono stati la base, per questa rivoluzione. Quelle lacrime, le cadute e le ricadute, gli infiniti errori, le serate, i  baci, i trascorsi felici, gli amici. Gli Amici. L’amore, gli esami, le chiacchiere all’università. Il peso delle cose, che varia, che muta, che cambia. Il peso delle parole, dei momenti. L’importanza di tutto, che poi diventa niente, che di nuovo si trasforma. L’università. Non ci capivo niente, all’inizio. Andavo a lezione, prendevo appunti, non sapevo studiare. Ero sprovveduta, spaesata, senza forma. Da un piccolo paese di 1000 abitanti, da una provincia di agricoltori e pianure infinite per me, Firenze, era pura magia. Mi confondeva, mi faceva sentire piccola ma importante, sopraffatta dall’energia che sprigionava. Con la sua arte ovunque, così dirompente, importante, i primi sei mesi volarono senza nemmeno farmi accorgere di ciò che stavo facendo. E non che dopo sia andata meglio, ho solo migliorato qualche dettaglio, piano piano.

Ora [non so se lo sono] sono una mamma. Una mamma che a volte non ce la fa, che corre, che lavora, che lava/non stira/cucina/si arrabbia. Una mamma ogni giorno nuova, che si innamora anche delle difficoltà, che dice GRAZIE, ogni giorno. Grazie per queste vite. Sono una mamma moderna ma non troppo, attaccata alle convenzioni ma non troppo, sola ma non troppo, che ama e non è mai troppo. Una mamma incasinata, che vorrebbe più tempo per ogni giornata, per vedere EliaMirtillo crescere, in tutte le sue direzioni possibili. Una mamma che ha imparato la pazienza, suo malgrado e con tanto sacrificio.

Ora sono [ancora] quella bambina. Che non sa come ha fatto ad arrivare fino a qui. Che se ci penso adesso mi tremano le ginocchia. Perché la forza di quella bambina mi ha fatto fare tante cose. Andare avanti, lavorare sempre, nonostante le difficoltà economiche, studiare, studiare tanto, accettare me stessa, combattere, vincere o perdere non importa, comunque combattere. L’ingenuità, questa cara amica fedele che sempre mi accompagna, che mi aiuta a prendere un sacco di fregature ma, nonostante tutto, sapere che esisto. Che posso guardare la vita e sentirmi pulita.

Ora sono Berenice. Provo a vestire bene questo nome così importante, per me che sono così piccola. Firenze, ad esempio, mi calza a pennello; è una città incasinata, piccola e piena, controversa e talvolta antipatica. Vivere qui è abbastanza complicato ma lo considero un privilegio. Soprattutto quando, ogni mattina, nonostante la fretta, il sacrificio costante, i pensieri che sbattono uno contro l’altro, il sonno e la voglia di essere altrove…lei ti sorprende. Per Firenze 15 anni non sono niente, splende da secoli, ma per me sono stati una fetta di vita meravigliosa e, per la sua presenza costante, la ringrazio. Qui mi sento a casa.

LE COSE DI CUI NON HO BISOGNO

standard 23 agosto 2016 10 responses

Scrivere. Devo scrivere altrimenti quello che ho in testa e la frenesia delle mani se ne andranno.
Lasceranno il mio corpo stanco e assonnato.
Mentre faccio la doccia penso questo. E poi il tempo svanisce, si frantuma in mille pezzi per le continue priorità ribaltate. Qualcuno che piange e qualcuno che non sa consolare, continui solleciti e richieste. Sono stanca.
Stanca di essere indispensabile, stanca di ringraziare, stanca di dovermi affidare a qualcuno ma non poterci mai veramente contare. Stanca di essere così, perennemente rincorsa dal senso di colpa, con quella sensazione di essere sempre in debito, mai in credito. Un debito mai concluso, un mutuo pieno di interessi e scappatoie, stati d’ansia e futuro sconosciuto.
Sono stanca di questa precarietà, di domande senza risposta, senza possibilità di ordine.

Vorrei un attimo di silenzio, un attimo di solitudine.
Perdermi tra le strade senza meta dei miei pensieri, navigare nella moltitudine dell’inutile, chiudere gli occhi e non sentire più, ne’ con il cuore ne’ con le orecchie.
Silenzio e solitudine, due cose di cui (generalmente) non ho bisogno.

Non ho bisogno di progetti complicati.
Di scale ripide e fragili argomenti.
Ho bisogno di forza, quella che scorre nei muscoli del collo e delle braccia, quella che scorre nel caldo del sole.
Non ho bisogno di cioccolata amara.
Non ho bisogno di previsioni meteo rassicuranti. Di fardelli altrui, di ipocrisia, di approcci faticosi.
Ho bisogno di sincerità leggera, sorrisi, incontri casuali e rilassanti.
Di arte, di bello.

Attesa, Opera nr.22 (1)

Attesa, nr. 22 – fotografia di Mimmo Jodice

Di sbagliare, senza essere peccatrice.
Di vagare, senza precisa meta, rischiando di cadere.
Non ho bisogno di processi alle intenzioni, di malafede e sguardi inquisitori.
Ho bisogno di mangiare la pizza per la strada, a Napoli. Sentirmi parte di qualcosa, visitare un museo senza tempo che scade, senza orologi che vincono incontrastati ogni momento della giornata.
Di rendere possibile l’impossibile. Carezzare le mani del mio amore, levigando le sue paure e le mie.
Non ho bisogno di essere sempre mamma, perché prima di quello sono anche una persona, un bianco e nero spietato come le foto di Jodice (di cui mi sono innamorata profondamente dopo aver visto la sua mostra ampissima e curata con molta maestria al MADRE di Napoli).
Non ho bisogno di sicurezze. Nemmeno di tempo.
Ho bisogno di respirare fuori dal caos, ogni tanto. Apprezzare la mia vita, quello che ho fatto, quello che ho scelto di lasciare indietro. Le strade difficili che ho intrapreso senza rendermene conto, l’incoscienza che mi ha sempre aiutato a FARE. Senza pensare al POI.
Ho bisogno di riconoscermi anche quando non riesco, anche quando non raggiungo, anche quando mi sembra sempre poco.

Donne, mamme, amiche. Ma anche amici, perché no. In fondo è un pensiero che vale per tutti.
Riconoscetevi.
Non importa cosa facciate, dove passate le giornate, dove lasciate scorrere i minuti del prezioso tempo della vostra vita. Ma riconoscetevi. Guardatevi le mani, i calli, le rughe, le gambe stanche. La pancetta magari un po’ così, il naso storto. Ascoltatevi. Ascoltate le voci nelle orecchie, anche quelle più ruvide, quelle più stridule. Riconoscetevi quando fate la spesa, quando andate a correre, quando fate la pipì. Nelle cose più quotidiane, banali, ripetitive. Voi SIETE.
Respirate, a fondo. Fino a che l’aria tocca il fondo dei vostri polmoni e decide di uscire. Lasciatevi andare.
Riconoscetevi.
Questo è quello di cui, oggi, ho bisogno.